IL RITRATTO

di Sangiuliano


Nato alla Garbatella il 21 febbraio 1936, Alvaro Amici è stato sicuramente l'erede più fedele e predisposto dell'indimenticabile Balzani, se ci si riferisce, naturalmente, soltanto a un certo modo di cantare (e di intendere il canto) con voce potente e profondo compiacimento di acuti e gorgheggi di gusto assai popolare, come allo stesso tempo si potrebbe considerarlo erede di Pietraccio o di ogni altro sorgivo stornellatore secondo il modulo più originario da cui Balzani stesso prese le mosse sia pure sconfessandolo «ex professo» nel mentre che cresceva in esperienza e andava elaborando un proprio stile. Aveva una voce bellissima, e molto intonata, da dirsi ideale a rendere gli ornamenti e i timbri argentini propri alla linea calda dello stornello e della canzone romana, voce che esercitava, è stato detto, in maniera naif (*), e non si può dar torto a un tal giudizio, ma si deve parlare di naiveté davvero non ambigua e positiva (almeno in prospettiva di folklore), in quanto segno di una dimensione popolare integrale in un'assoluta concordanza fra vita e prova canora. E per questo fu amato, nel modo spontaneo, acritico e viscerale delle classi più incolte e suggestionabili, ultimo lembo d'anima plebea e ultima spiaggia del folklore urbano. La figura si presta a rappresentare, nella specie più mite evidentemente, l'universo del vinto, duro e «tignoso», quasi-pasoliniano eroe di borgata (il quasi è per escludere Accattone e figure al di sotto di un certo standard preteso dall'orgoglio dei romani), e qui si coglie il tratto discriminante: l'eroe pasoliniano non è il bullo, il cavaliere armato ed avventato che riempie di sé il mito «dentro le mura», ma lo sbandato, instabile e pusillanime, pur pieno di passione e vitalità precluse ai meglio-stanti addomesticati, tipo del popolano immusonito estromesso dal Centro. Alvaro Amici crebbe in questo clima, ma non se ne fece ragione di rabbia o cinismo. Si effuse in una voce cui corrispose un'esistenza senza ambizioni aggressive o umori fegatosi, poiché visse così come cantava, spontaneamente, in scapigliato e placido abbandono, con la gioia di esistere e la fiducia di un uccello al mattino. Del resto non tentò di uscire mai dalla vita piccina delle borgate (a parte la parentesi di una villa ai Castelli Romani): la Garbatella, Acilia, la Romanina, e infine San Basilio (ove morì il 25 febbraio 2003), spendendosi in concili da osteria, gite campestri e cantate di vario genere. Si dice -e non sappiamo dare un parere - che amasse il vino alquanto oltre il conveniente, ma certo la nomea non gli giovò nei rapporti sociali e professionali, così come si dice che tirò avanti sbarcando il lunario soltanto grazie alla voce, se è vero che, trovato qualche lavoro, veniva puntualmente licenziato poiché distraeva, cantando, gli altri operai. Informazioni e chiacchiere ponderate ci inducono a pensare a un uomo quieto, pacifico ai confini della pigrizia, restio alle regole e alla disciplina, ma generoso e pieno di umanità: era il suo modo - onesto - di appartenere al mondo ispido dei borgatari. L'affetto per gli amici (nomen - omen?) e la passione per le serenate, le feste e le riunioni conviviali in ambiente allietato dalla carezza sensuale del canto lo occuparono più delle numerose incisioni di dischi e partecipazioni a spettacoli, tanto che il segno - e il ricordo - più caldo e netto lasciato a chi lo ha amato e goduto vivo, è l'esperienza del circolo all'Arco di Giano, ove una targa dettata dal sottoscritto dice: «Per anni in questo luogo / Alvaro Amici / fu conforto cantando». E par bene in proposito far presente che è in corso una questione per ottenere il riconoscimento del Comune del diritto a un locale che lo ricordi mediante attività di Studium Urbis: facciamo anche qui appello per la bisogna.
«Snobbato» dalla critica e dalla stampa, Alvaro Amici ancora paga il prezzo di un'immagine troppo volgare e corriva per elevarlo al ruolo di personaggio da additare alle masse, con uno scrupolo che certamente renderebbe di più se lo si applicasse alle pretese d'arte di prostitute e cialtroni imperanti in tutti i settori - lo spettacolo in primis -, come accadde a Balzani, ora consacrato, ed allo stesso Belli, per altri «versi». Speriamo tuttavia che ragioni analoghe a quelle già allestite per Balzani convincano che invece è proprio questo, che viene giudicato come un difetto con scandalo ben degno di miglior causa, il dato decisivo per ricordare Alvaro Amici quale genuino emblema popolare di certi luoghi e certi anni: una forza della natura. C'è da capire che il folklore urbano ha aspetti di crudezza e sgradevolezza che, pur senza smentirlo, sono ben altro dall'idillio bucolico che ha colpito lo sguardo (e qui diremmo la fantasia) di romantici in caccia dell'io poetante: la moderna e avvertita demologia non solo non ignora limiti e vizi, ma anzi li esalta quali finestre sul mondo per trame indicazioni di verità. Senza invocargli onori sproporzionati, ci sentiamo di dire che Alvaro Amici va sottratto all'oblio, con un motivo in più colto nel fatto che è stato l'ultimo dei testimoni di un modo casereccio della città, che del suo canto è stata come intrisa, echeggiando di lui molto più di quanto il sussiego dei sordi può sospettare, e offrendosi al piacere anche di persone in grado di stimare correttamente quell'incolto talento. Fra le sue numerose interpretazioni sono da segnalarsi innanzitutto gli stornelli a dispetto con Maria Boni, da manuale sotto tutti gli aspetti; i pezzi di Balzani nonché quelli più conosciuti della tradizione, nessuno escluso. L'ingenuità ovviamente non è cultura, e tuttavia è capace di evocare, nella misura della buona fede, difficili valori e vitali attese che non consente il tempo della finzione, per cui, beneficiando del privilegio offerto dalla tecnologia, la voce registrata di Alvaro Amici vale per documento trasparente, e ad altissimo grado di suggestione, di tutto il cantare romano di linea calda dominante nel gusto e nel sentimento di una decina di generazioni ancora suscettibili di esistenza, e ciò ne fa un reperto di ottimo pregio per la storia, anche piccola, di chi vive.

(*) Cfr. G. BORGNA, prefazione a Storia della canzone romana di G. Micheli, Roma, 1989, p. 614, là dove si commenta il nostro giudizio.